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11 febbraio 2015

Ecco che cosa cambia con la centralizzazione delle competenze IT della PA

Paolo Colli Franzone
dell'Osservatorio Netics


Vi segnalo questo articolo di Paolo Colli Franzone, dell'osservatorio Netics, pubblicato su agendadigitale.eu, che prospetta un possibile nuovo scenario per l'informatica pubblica nei prossimi anni.

La camera ha approvato un emendamento al progetto di riforma costituzionale, presentato da Stefano Quintarelli di Scelta Civica, che "attribuisce competenze esclusive in materia di sistemi informativi della PA anche a livello regionale e comunale".

Stefano Quintarelli,
Parlamentare di Scelta
Civica e Presidente del
Comitato di Indirizzo AGID
Si tratta "di una vera e propria rivoluzione, che mette fine ad anni e anni di conflitto Stato/Regioni" ed in particolare alla "sovrabbondanza di piattaforme tecnologiche sviluppate negli anni dalle Regioni e dai Comuni, con tutte le derivate del caso in termini di ostacoli all'interoperabilità e/o alla generazione di sovracosti per la gestione dell'interoperabilità medesima".

Cambia anche "lo scenario che si prospetta di fronte all'immediato futuro delle società ICT in-house regionali e comunali" che dovranno smettere di sviluppare "piattaforme e soluzioni sostanzialmente identiche fra loro sotto il profilo funzionale", per specializzarsi in "un ambito applicativo specifico, per poi dare vita a un circuito (obbligatorio) di riuso interregionale", il tutto "sotto una forte regia centrale",



Testo integrale dell'articolo:

"Ecco che cosa cambia con la centralizzazione delle competenze IT della PA"




23 gennaio 2015

CEC:PAC ovvero smettiamola di investire in tecnologie che nessuno utilizza


L'ex Ministro per le innovazioni tecnologiche
Renato Brunetta, inventore della CEC-PAC
Sono passati quasi cinque anni da quanto l'allora Ministro dell'innovazione Renato Brunetta ha attivato il servizio chiamato CEC-PAC, per fornire una casella di Posta Elettronica Certificata gratuitamente a cinquanta milioni di italiani, limitata però alle sole comunicazioni con la Pubblica Amministrazione.

Nelle settimane scorse il governo ha deciso che il servizio "CEC-PAC" sarà progressivamente sospeso. Un servizio che in buona sostanza costa tanto e nessuno usa.

Si tratta dell'ennessimo fallimento che ci ha fatto buttare via dal 2009 una ventina di milioni di euro all'anno, e che ha fatto perdere tempo ad oltre due milioni di cittadini che hanno richiesto un servizio che non è servito a nulla.

Ma il problema non è solo la CEC-PAC. E' la stessa Posta elettronica certificata o PEC, strumento inesistente nel resto del mondo, che è inesorabilmente destinata a non affermarsi, in uno scenario che peraltro si orienta a superare perfino la mail in favore della gestione condivisa e collaborativa delle informazioni (i documenti non si inviano via mail, si condividono).

E allora, direte voi? I fallimenti accadono quando si decide, si agisce, si prova. Chi sta fermo e non rischia di sbagliare non va da nessuna parte e dagli errori e dai fallimenti si impara quasi sempre ciò che ci servirà per le future vittorie.

Ma sappiamo anche che chi non impara dai propri errori è destinato a ripeterli. E questo sembra essere il principale problema degli interventi del legislatore in materia di digitalizzazione.

Negli ultimi venti anni  non siamo certo stati fermi per quanto riguarda investimenti e iniziative di digitalizzazione della Pubblica Amministrazione, ma sembra che abbiamo continuato a ripetere errori simili, sprecando montagne di soldi pubblici. Abbiamo investito senza non dico  misurare ma nemmeno valutare i risultati ottenuti e quindi senza poter imparare nulla dai nostri fallimenti per orientare le nuove iniziative.

Gli enormi investimenti fatti fino ad ora, tra piani di eGevernment e Agenda Digitale, per introdurre la firma digitale, la PEC, i servizi on line e le carte nazionali dei servizi, la carta di identità elettronica (CIE) e in generale per avviare l'Amministrazione elettronica sono tutti stati, in varia misura, dei fallimenti, che hanno introdotto strumenti e servizi o mai partiti come la CIE o utilizzati solo in misura minima, come la PEC e la firma digitale, anche con la stragrande maggioranza della popolazione presente e attiva on line.

Prendiamo l'introduzione della CEC-PAC.  "Una svolta storica" - aveva detto il ministro - "che ridurrà gradualmente il ricorso alla comunicazione cartacea e diminuirà i costi e i tempi di procedura. È un’onda che si sta formando, già un milione di liberi professionisti hanno la posta elettronica certificata. Si tratta di un processo faticoso e complicato che darà risultati straordinari in termini di efficienza, trasparenza, risparmio cui la pubblica amministrazione si sta adeguando. Entro il 2010 possiamo arrivare a 10 milioni di PEC attive che si rivolgeranno alla pubblica amministrazione»". 

Nella realtà era solo il ministro e pochi altri a pensarla così. Già il nome faceva pensare ad un qualche tipo di scherzo: CEC-PAC, "Comunicazione Elettronica Certificata tra la Pubblica Amministrazione e il Cittadino".

Eravamo già riusciti ad inventarci un nuovo tipo di Posta Elettronica, la PEC, unico paese al mondo ad averla introdotta insieme forse all'Uganda, e non contenti creiamo un altro standard nazionale, da usare - udite udite - solo nei rapporti con la Pubblica Amministrazione?

Come la PEC anche la CEC-PAC è uno standard tecnologico solo italiano e imposto al mercato da un governo. Uno standard che peraltro dovremmo conoscere ed utilizzare solo noi, con buona pace della rete Globale che supera i confini degli Stati e dei governi.

L'avvocato Ernesto Belisario
Purtroppo era evidente che eravamo sulla strada sbagliata,  basta leggere quello che aveva scritto già nel 2009 l'Avvocato Ernesto Belisario, esperto in informatica giuridica, "l’assegnazione della PEC a tutti i cittadini, pur governata dai migliori propositi, rsichia di diventare l’ennesimo fallimento della PA digitale italiana.  

La PEC è stato un flop clamoroso e non possiamo nascondercelo: non la usano nè i cittadini, nè le imprese, nè le stesse Pubbliche Amministrazioni. 

E non è un problema di costi: tutti noi usiamo un PC ed una connessione che hanno un costo, senza bisogno che lo Stato ce le regali, semplicemente perchè si tratta di tecnologie utili di cui sentiamo il bisogno. 

Così non è per la PEC e una politica di innovazione seria dovrebbe dovrebbe prevedere un monitoraggio dei dati d’uso. Da tale monitoraggio emergerebbe che si tratta di un modello che va abbandonato. Insistere su questa strada e investirci altre risorse non può che condurre ad un nuovo fallimento".

Una strada che non può che condurre al fallimento, eppure abbiamo continuato a percorrerla per molti anni.

10 gennaio 2015

01 gennaio 2015

Evoluzione delle tecnologie per il 2015 - Cloud Comupting, mobile, big data e Internet delle cose


Vi segnalo un interessante articolo che illustra le previsioni di Brillio per il 2015 (un'azienda specializzatain analisi e consulenza globale sulle nuove tecnologie).
Ci dice il CEO di Brillio, Puneet Gupta; "Il nuovo anno porterà un'accellerazione dei cambiamenti, man mano che le tecnologie emergenti inizieranno a generare applicazioni pratiche. Assisteremo ad una rapida adozione da parte delle aziende delle piattaforme di nuova generazione e di servizi basati sul Cloud Computing, sulle tecnologie mobili, sui big data e sull'Internet delle cose". 
L'articolo è disponibile al seguente link (in lingua inglese):

2015 Technology Trends: Internet of Things and DevOps | @DevOpsSummit [#DevOps]

27 dicembre 2014

In attesa del Sistema Italiano di Gestione dell'Identità Digitale (SPID) rivediamo ill National Strategy for Trusted Identities in Cyberspace (NSTIC) che negli Stati Uniti è già una realtà consolidata.

Forse pochi sanno che una delle cose più importanti fatte dall’Amministrazione Obama è la National Strategy for Trusted Identities in Cyberspace (NSTIC), avviata il 15 aprile 2011, con un convegno molto interessante tenuto a Washington (di seguito il video dell’evento). Dovrebbe essere l’equivalente del nostro SPID (Sistema Pubblico di Gestione dell’Identità Digitale).



Interessante l’intervento del ministro del Commercio Gary Locke, che fra l’altro dice “altri Paesi hanno scelto di affidarsi su iniziative gestite dal governo per creare carte di identità elettroniche nazionali (ID-Cards). Noi non crediamo che questo sia un buon modello. Noi crediamo che debba essere il settore privato a stabilire le modalità pratiche di gestire l’identità realizzando gli obiettivi stabiliti dal NSTIC.  Noi vogliamo accellerare e diffondere l’innovazione, non limitarla.  E vogliamo costruire un piano per la protezione dei dati personali che sarà maggiore di quello che abbiamo oggi, senza però farlo diventare un tetto, un limite alle capacità degli innovatori americani di fare continuamente nuove innovazioni”,



Oggi gli americani possono accedere ai loro dati sanitari utilizzando, ad esempio, le credenziali di Google, basate non solo sulla password ma su un codice che arriva in tempo reale sul cellulare o sul tablet, e che sono considerate assolutamente sicure. Qualcuno pensa che in Italia potrò fare lo stesso e fra quanti anni?





13 novembre 2014

Posta Certificata, firma elettronica e conservazione a norma integrati in Gmail e Google Drive

Emanuele Cerroni, responsabile dei servizi per il
settore sanitario di Noovle, è il product manager
di TrustApp. “La facilità e la rapidità della
collaborazione sono le caratteristiche che rendono
le Google Apps una tecnologia all’avanguardia,
nelle finalità  e nelle modalità di gestione dei
documenti, con  funzionalità di modifica  in
tempo reale e controlli di condivisione.  In
particolare per il settore della sanità
saper cogliere le sfide del cloud – anytime,
anywhere, anydevice –  significa  costruire una
architettura  clinica rivoluzionaria basata su una
visione  generale e di insieme del paziente.
La partnership con Infocert permette di garantire
che i vantaggi offerti dalla tecnologia di Google
possano essere impiegati nel pieno rispetto della
normativa italiana

Vi segnalo la notizia del lancio del nuovo servizio "trustApp" che integra firma elettronica, conservazione a norma dei documenti e posta certificata nelle Google Application, realizzato grazie ad una partnership fra Noovle (partner italiano di Google) e Infocert.

Vedi gli articoli:
Questa iniziativa potrebbe avere un ruolo importante nella diffusione in Italia, non solo nel settore privato ma anche nella Pubblica Amministrazione e nella sanità, di soluzioni Cloud per la gestione documentale e la collaborazione, come Google Apps for Work, peraltro già diffusamente adottato nelle aziende (oltre 5 milioni).

Inoltre gli strumenti Google di gestione mail e documenti sono ampiamente diffusi anche tra i cittadini (oltre 500 milioni di utenti utilizzano GMail e 250 milioni di utenti che usano attivamente Google Drive per gestire documenti e collaborare).

Grazie all'iniziativa trustApps tutti questi utenti potranno inviare e ricevere PEC direttamente da Gmail, ma soprattuto firmare e applicare la marca temporale ai documenti realizzati o comunque presenti su Google Drive, conservandoli a norma di legge.

Danilo Cattaneo, Direttore
Generale di Infocert.
"Per sfruttare tutte le potenzialità
dei servizi di dematerializzazione
e trasformarli da mero obbligo
normativo in facilitatori
dell'espansione e acquisizione di
business, occorre che siano pienamente
integrati con i processi aziendali e
con i sistemi e le applicazioni già
presenti presso il cliente
".  
Penso che sia una evoluzione molto positiva anche per Infocert, che riesce a proporre un servizio all'avanguardia grazie ad una partnership con una tra le aziende più innovative presenti sul mercato.

Infocert può concentrarsi nel fare bene il  suo mestiere di certificatore ed utilizzare per fornire il servizio l'infrastruttura di un cloud  provider quale Google, una delle più sicure e performanti al mondo, appoggiandosi ad una piattaforma cloud facile da usare, economica e che non richiede di dotarsi di infrastrutture o di gestire installazioni o aggiornamenti,

La naturale transizione dell'informatica dalle infrastrutture e software fatti in casa  verso i servizi cloud condivisi erogati attraverso la rete è una realtà che sta avendo un impatto fortissimo sui sistemi produttivi e sociali di ogni paese.

L'Italia deve sbrigarsi a portare avanti le iniziative dell'Agenda digitale e dell'innovazione se vogliamo invertire la tendenza al declino, e tornare ad essere uno dei paesi leader in Europa.


05 agosto 2014

Agenda digitale e innovazione: ancora non riusciamo a vedere il dito, figuriamoci la luna.


Stefano Epifani, direttore di TechEconomy
Se il paese guarda al dito mentre il mondo è già sulla Luna vuol dire che siamo messi proprio male. L'analisi fatta da Stefano Epifani su TechEconomy è impietosa, ma come dargli torto?

Basta guardarsi intorno. In troppi guardano semplicemente altrove. Sembrano persi nel mare delle tecnologie, offuscati da improbabili credenze ideologiche, paralizzati dalla paura per i cambiamenti, tanto da non riuscire neppure a vedere il dito, che almeno indica una direzione, figuriamoci la Luna.

Mi piace la metafora della Luna. Possiamo immaginarla come la meta da raggiungere per metterci al passo con chi è avanti, con chi ha già tracciato una valida rotta e sulla Luna si è già stabilito e già si prepara ad andare oltre. Noi ancora no. A noi piace attardarci "in discussioni inutili e ragionamenti circolari", che ci riportano sempre vicini al punto di partenza.

Pratiche ostruzionistiche per ritardare l'approvazione
di leggi in Parlamento.
Pensate un attimo alla discussione in corso sulle riforme istituzionali e a quello che sta succedendo in Parlamento.

Dopo più di un decennio di regresso dovremmo ormai tutti aver capito che il sistema attuale non va bene e va cambiato. Troppi decisori autonomi sulle stesse materie, troppi centri di spesa e gruppi di interesse in grado di attingere alle risorse pubbliche, troppe procedure e passaggi burocratici, responsabilità non chiare, tempi troppo lunghi per decidere, meccanismi inefficaci per attuare le decisioni prese, e così via.

Pur avendolo capito, non siamo riusciti finora a fare delle riforme coerenti. Invece di discutere nel merito dei problemi, individuare delle soluzioni migliorative e approvarle anche a maggioranza, siamo sempre riusciti a dividerci in gruppi in guerra fra di loro. Chi è in minoranza lavora per bloccare  o ritardare quello che fa la maggioranza. E quando si cambia governo, si butta tutto via e si ricomincia da capo.

Certo, sappiamo bene che la democrazia è un sistema che deve garantire la libertà di pensiero e di azione, ma deve anche avere regole per gestire i conflitti in modo efficace, per garantire che le decisioni necessarie al bene comune siano alla fine assunte, siano coerenti fra di loro e siano costantemente attuate in tempi certi e con costi ragionevoli.

Sembra incredibile, ma per qualche ragione siamo finiti in una situazione nella quale non si riesce più a decidere, nemmeno le cose più ovvie, e quando si decide le decisioni spesso non si attuano, e quando si attuano quasi sempre i costi crescono e i tempi di attuazione si dilatano.

Questo accade in tanti campi, ma soprattutto, come dice Epifani, accade  "nell’ambito dell’information technology, in un contesto che dovrebbe essere invece dinamico, proattivo, stimolante". Un ambito peraltro essenziale per la modernizzazione, la competitività e lo sviluppo del nostro Paese.

Certo gli stimoli e gli investimenti non sono davvero mancati. Prendiamo ad esempio il sistema di autenticazione in rete, oggi riconosciuto come uno dei pilastri dell'Agenda Digitale . Negli ultimi vent'anni ci siamo attardati non poco nel cercare di riprodurre in rete gli strumenti di autenticazione/identificazione del mondo cartaceo. Abbiamo creato tra i primi la firma digitale - Dio ci perdoni - poi la Carta Nazionale dei servizi, varie altre tipologie di firme elettroniche, il capolavoro della Carta di Identità Elettronica, la Posta Elettronica Certificata e quant'altro, per arrivare oggi a pianificare il PIN Unico del cittadino, il Sistema Pubblico per l'identità digitale o SPIN e l'indirizzo elettronico inserito nella nuova Anagrafe Nazionale Unica della Popolazione Residente.

Risultato? Anche chi, come me, ha avuto credo tra i primi tutti questi strumenti quando disponibili, ha potuto misurare un valore aggiunto molto vicino allo zero.

Per fortuna il mondo e grande, e - come ci ricorda Stefano Epifani - ci sono "aziende come Google" che "mettono in moto meccanismi che cambieranno realmente il nostro modo di percepire il mondo e di interpretare il reale".

Sono soggetti che invece di accumulare insuccessi, si espandono e vincono perché, anche se non dispongono di pubblici poteri, riescono a decidere, ad attuare le decisioni, a correggere in corso d'opera gli inevitabili errori e a realizzare e diffondere strumenti effettivamente capaci di fornire valore aggiunto.

Le informazioni e le applicazioni devono risiedere
nel cloud ed essere accessibili dagli utenti
da qualsiasi luogo e con qualsiasi dispositivo,
senza richiedere installazioni di software.
Un solo esempio! Quanti di voi utilizzano gli strumenti di collaborazione e di gestione dei documenti di Google?

Sono sicuri, sono gratuiti o costano pochissimo nella versione professionale, consentono la gestione integrata e collaborativa delle informazioni, dei documenti e delle comunicazioni, raddoppiano - a dir poco - la produttività rispetto agli strumenti tradizionali. Niente più documenti sotto forma di file residenti su un computer locale - quante informazioni perse per un qualche guasto - niente più file da copiare e inviare via mail ai collaboratori, per poi ricevere diverse revisioni da assemblare e re-inviare, poi riassemblare anche più volte, fino al documento finale, da autenticare, firmare digitalmente, marcare temporalmente, inviare via PEC.

I moderni sistemi di collaboratione nel Cloud rendono tutto questo semplicemente obsoleto, un puro costo di denaro e di tempo da superare.

Nessuno si sta accorgendo che il mondo delle tecnologie sta rapidamente e per fortuna cambiando grazie all'affermarsi del Cloud Computing, dell'informatica in rete, o sulla nuvola o se vogliamo sulla Luna, per stare in tema.  E sulla luna si lavora già in modo diverso. Come?

Le informazioni e i documenti non devono essere
trasmessi in copia, sono gli utenti che accedono
direttamente agli originali attraverso la rete.
Le informazioni?

I file su un proprio dispositivo non si usano quasi più. Tutti i dispositivi sono connessi, spesso ad alta banda.

Non è più necessario salvare o inviare e ricevere copie locali dei documenti. Le informazioni si condividono in originali, facendo accedere i collaboratori in sola lettura o abilitando i commenti o anche la modifica.

Ognuno fa la sua attività sul documento, e il sistema tiene traccia di chi ha fatto quale modifica e quando, e in buona sostanza ne può certificare le attività ed è in grado di renderle non ripudiabili a fronte del dichiarato indirizzo elettronico.

Non bisogna nemmeno preoccuparsi troppo di mettere in piedi sofisticati meccanismi di classificazione e organizzazione dei documenti, perché i sistemi di ricerca sono così efficaci che trovi qualunque cosa impostando pochi indicatori e scrivendo poche parole chiavi. Il sistema è anche in grado di operare entro certi limiti anche in caso di interruzione della connessione, per poi sincronizzare le informazioni automaticamente.
Mark Benioff, fondatore e
amministratore di Salesforce

Il software?

Sulla luna gli utenti non passano le giornate ad acquistare, installare, configurare, aggiornare del software sul computer di casa, poi un'altro simile o uguale sul computer del lavoro, sul tablet, ecc  Lo stesso software gestito in milioni di copie.

Al contrario gli utenti, con qualunque dispositivo, accedono ad internet, si autenticano e basta, accedono alle funzionalità di cui hanno bisogno. Il software sta nel Cloud, e non è più un problema degli utenti.  Mark Benioff con il suo "No Software" aveva ed ha ragione, punto.

Le infrastrutture?

Non sono più un problema degli utenti. Da noi ancora molte aziende ed enti pubblici per attivare i servizi informatici hanno un proprio data center, con vari server e apparati da gestire e aggiornare periodicamente.
Un po' come si doveva fare nell'ottocento per avere l'elettricità prima dell'avvento delle reti elettriche. L'infrastruttura di produzione dell'energia doveva essere fatti in casa, con investimenti enormi ma necessari per poter disporre dell'energia elettrica.

Poi con l'avvento delle reti tutti è cambiato, e si sono aperte grandi possibilità di espansione per i servizi elettrici, oggi diffusi capillarmente. Oggi ognuno ha diritto ad avere l'elettricità senza dover investire enormi capitali, basta un contratto con un fornitore e paghi solo quello che consumi e puoi aumentare o diminuire le risorse impiegate senza problemi sulla base delle proprie esigenze.  Lo stesso oggi si può fare con qualunque risorsa informatica.

La sicurezza?

Un cloud provider, così come ogni altro fornitore
di servizi condivisi su larga scala (energia elettrica, acqua,
gas, banche)  deve e può investire molto per garantire
la sicurezza, rispettando regole e standard imposti
dal  mercato e dalle leggi.
Da questo punto di vista possiamo considerare il Cloud come l'aereo in confronto all'automobile privata.

Non c'è dubbio che l'Aereo è molto ma molto più sicuro dell'auto, ma un incidente può avere conseguenze molto gravi. Eppure che fai, non lo prendi e fai venti ore di auto dove ne bastano due in aereo, ma soprattutto rinunci ad andare in tutti i posti raggiungibili solo con l'aereo?

Allora lo prendi, cercando di scegliere un gestore affidabile.Quello che si fa per il Cloud.

Ad esempio io uso il cloud di Google da molti anni, che insieme a vari altri è riconosciuto come un gestore affidabile, capace di coniugare brillantemente efficacia con efficienza e  semplicità. Non ho mai perso nulla, i dati sono ridontati molte volte e nessuno è mai riuscito a violare i dati mantenuti come riservati.
Il suo sistema di gestione dell'identità si basa su un semplice codice univoco molto diffuso, l'indirizzo di posta elettronica, una password e - quando richiesto - un codice numerico inviato in tempo reale al cellulare o al tablet dell'utente (come il codice della chiavetta di molti home banking, senza i costi per realizzare la chiavetta). Con questo semplice account io oggi posso accedere a tutto quanto mi serve, a costo trascurabile rispetto all'informatica tradizionale, vi sembra poco?

Il Cloud dovrebbe essere il riferimento essenziale di ogni iniziativa di innovazione. Invece non è ancora così, in particolare nelle iniziative per l'Agenda Digitale e l'Amministrazione elettronica, dove continuiamo a non vedere neppure il dito.

Anche su questo un solo esempio.

Stiamo passando alla fattura elettronica. Invece di pensare ad una soluzione tipo "acquisti con un click" secondo gli insegnamenti di Jeff Bezos di Amazon, noi invece partiamo dallo stesso oggetto che oggi esiste sulla carta e cerchiamo di renderlo in formato elettronico, riproducendo il più possibile il processo del mondo fisico, anzi complicandolo, perché è difficile riprodurre in rete dei processi cartacei e manuali, complica le cose e aumenta i costi.

Prevediamo quindi la creazione e trasmissione in copia di un "file" tra tutte le parti interessate, proprio come se fosse una fattura di carta.

Vale la pena riassumerlo questo processo, stabilito pensate dalla legge Finanziaria 2007, che ha definito il cosiddetto "Sistema di Interscambio" delle Fatture elettroniche.
  1. Chi emette la fattura deve dotarsi di un programma che crea un file nel formato stabilito (xml). L'agenzia per l'Italia Digitale mette anche a disposizione strumenti open-source, che ognuno si può scaricare, installare su un proprio computer idoneo, configurare e poi usare. 
  2. Una volta attivato il programma si può predisporre crea la fattura elettronica,  un file in formato XML. Questo deve essere "nominato in maniera opportuna", e cioè "Codice Paese - Identificativo univoco del Trasmittente - Progressivo univoco del file". "Più file singoli possono essere racchiusi in un file compresso, in formato zip, cioè in un file archivio". 
  3. Una volta creato il file XML o ZIP, l'utente deve apporre la firma digitale, utilizzando un sistema in grado "di valorizzare il parametro “signing time”, che riporta la data e l’ora, ed anche la "time zone" e che assume il significato di riferimento temporale. Non è invece necessaria l’ apposizione della marca temporale".  Non ho parole.
  4. Dopo aver creato il file firmato, questo va inviato ad un sistema di Interscambio delle fatture, gestito dall'Agenzia delle Entrate, al quale bisogna naturalmente preventivamente accreditarsi . Il file si può inviare in vari modi (tramite PEC all'indirizzo sdi01@pec.fatturapa.it, tramite procedura Web e altro). L'importante che l'utente conosca e rispetti i formati e le convenzioni, altrimenti riceverà messaggi di errore, la fattura inviata sarà scartata, e dovrà iniziare tutto daccapo.
  5. Dopo l'invio l'utente deve monitarare lo stato della fattura elettronica inviata, per assicurarsi che tutto sia andato a buon fine.
  6. Il sistema di interscambio, invierà la fattura elettronica al destinatario, via PEC o altro al destinatario.
  7. Il sistema di interscambio non si occupa di conservare le fatture, che vanno conservate a cure degli utenti, insieme alle ricevute di consegna, applicando un processo che vi risparmio (creazione lotti, marcatura temporale, affidamento ad un conservatore abilitato, ecc)
Che dire. Da non credere, vero?
Non dico prendere in considerazione "l'imperativo Facebook", di Benioff, cosa che ormai si dovrebbe già fare, ma almeno applicare le regole alla base dei moderni sistemi di "collaboration".

Si può fare e si deve fare.

Lo fanno le banche con l'home-banking perchè non può farlo la Pubblica Amministrazione.

Per movimentare anche tanti soldi basta accedere ad un sito internet ed inserire dei codici presi da una chiavetta, e in pochi click fai tutto. Nessun software da installare e mantenere e relativo computer da usare in esclusiva.

"Prestami il tablet che devo fare un bonifico", è possibile. Perchè non può essere lo stesso con la fattura elettronica o con la ricetta elettronica, che comunque sono passi in avanti, ma lo sarebbero molto di più se non avessimo attivi degli uffici complicazioni affari semplici e non facessimo leggi che impongono norme tecniche da applicare un decennio dopo la loro emanazione, e quindi totalmente obsolete.

Dobbiamo andare rapidi verso l'Amministrazione elettronica utilizzando al meglio le tecnologie più efficaci, prendendo esempio da chi già le usa efficacemente, senza inventarci l'acqua calda. Invece noi ci inventiamo sistemi complessi, quando attivati già obsoleti e non utilizzabili, con la conseguenza di proroghe su proroghe e continuo utilizzo dei vecchi processi.

L'altro giorno ho ricevuto l'avviso di ricevimento di una raccomandata con ricevuta di ritorno. Sono dovuto andare fisicamente all'ufficio postale, sono entrato alle dieci del mattino e uscito quasi all'una. Non solo la coda, ma anche il sistema informatico che a volte si bloccava.

Alla fine ho avuto una lettere con un'informazione che già conoscevo, poteva essermi notificata validamente per via elettronica (ho anche una PEC volendo), ma per qualche ragione molti di noi amano ancora la ricevuta di carta firmata. Non importa il prezzo.

Non solo il costo della carta, ma delle tre ore o più perse per andare a ritirarla, del lavoro del postino che passa al domicilio in orario in cui ovviamente non ci sono per lasciare l'avviso, dello sportellista che fronteggia la coda di gente spesso arrabiata, del sistema informatico fatto in casa dai costi probabilmente enormi ma dall'efficacia ed efficienza minima, dei furgoni che girano per l'italia per spostare che cosa? Pacchi di carta con informazioni che dovrebbero discretamente apparire sul mio tablet o smartphone:  "Notifica multa. di 50 euro per un divieto di sosta a Torino, in via Roma il 12 luglio scorso, la pago?"  Se so che devo pagarla, clicco, ed è pagata, fatto. Il mio tablet è registrato, sa chi sono io e sa come fare pagamenti per me, quando autorizzato. Costo circa zero contro molte decine di euro del modo attuale, probabilmente più del valore dell'importo richiesto.

Se già posso fare così con la banca, dove li si davvero devo essere autenticato, perchè non posso farlo con la Pubblica Amministrazione e in generale? Non è questione di leggi che ci sono.

"Il documento informatico trasmesso per via telematica si intende spedito  dal  mittente  se  inviato  al proprio gestore, e si intende consegnato  al   destinatario   se  reso  disponibile  all'indirizzo elettronico  da questi dichiarato, nella casella di posta elettronica del destinatario messa a disposizione dal gestore" (art. 45 del Codice dell'Amministrazione Digitale o CAD). Ed è esclusa in ogni caso la trasmissione a mezzo fax (art. 47). 

A decorrere dal 1° gennaio 2013 le  amministrazioni  pubbliche  e  i gestori o esercenti di pubblici servizi comunicano con  il  cittadino esclusivamente tramite il domicilio digitale dallo stesso dichiarato senza oneri di spedizione a suo  carico.  Ogni  altra  forma  di comunicazione  non  può  produrre  effetti  pregiudizievoli  per  il destinatario (art. 3 bis del CAD). 

E io, ovunque ho potuto, ho dichiarato il mio domicilio digitale, anche se con scarsi effetti, finora. Ma non diamoci per sconfitti.

Siamo davvero andati troppo indietro rispetto ai nostri standard, e siamo da qualche anno sul bordo di un burrone, rischiando di cadere e di farci davvero molto male. Dovremmo averlo capito e essere ormai pronti al cambiamento.

Se insistiamo e uniamo le forze vedrete che prima o poi anche noi italiani arriveremo a vedere non solo il dito ma anche la Luna.

07 luglio 2014

Google Glass in arrivo per i dentisti, l'app. è italiana



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Google Glass in arrivo per i dentisti, l'app. è italiana

Presentato prototipo, mostra la radiografie senza muoversi

Milano, 7 lug. (TMNews) - Nasce in Italia Dental Glass, il primo progetto di ingegnerizzazione dei Google Glass applicati al settore medico-dentale. L'idea di dare vita a una soluzione in grado di massimizzare le potenzialità dell'occhiale tecnologico nel lavoro quotidiano dei dentisti è sbocciata all'interno di Sellwell, agenzia di marketing di Bolzano, durante il collaudo in anteprima del Develop Kit. Il risultato è un'applicazione che collega il minicomputer posizionato sulla stanghetta dei Google Glass con il software gestionale dello studio dentistico.

Questo permette la trasmissione in diretta dell'anamnesi del paziente, con la visualizzazione di dati contenuti nelle cartelle cliniche come ad esempio le radiografie. Allo stesso tempo, grazie ai comandi vocali, il professionista può dettare note da inserire nella cartella del paziente, evitando interruzioni nello svolgimento della visita per scrivere al Ps. Inoltre, la fotocamera integrata consente di scattare foto e fare riprese video Hd in real time, utili per successivi interventi.

"Abbiamo avuto il privilegio di essere tra i primi in Italia a testare i Google Glass e ne abbiamo subito intuito le potenzialità intrinseche - ha scritto in una nota Ralph Greifeneder, ceo sellwell -, ci siamo quindi impegnati per studiarne possibili applicazioni in ambiti specifici. Il progetto dei Dental Glass rappresenta ad oggi una vera rivoluzione nel mondo medicale e una prima ingegnerizzazione specifica di questo nuovo strumento tecnologico".

Il progetto è stato realizzato insieme a Gerhò, azienda che opera nel settoree odontoiatrico e che fornisce prodotti per studi dentistici e laboratori e che commercializzerà il prodotto sul mercato. Un prototipo funzionante è stato presentato in anteprima in occasione del 57° Congresso Amici di Brugg a Rimini.

Int7


07 giugno 2014

L'imminente invasione dei dispositivi indossabili, quale sarà il vostro?

Avete provato a chiedervi quali e quanti dispositivi mobili utilizzeremo per il vostro lavoro e per le vostre altre attività sociali diciamo fra cinque anni?

E' probabile che avrete ancora uno smartphone o un tablet, come ha già oggi la maggioranza di voi. Questi dispositivi in pochissimi anni dalla loro uscita si sono diffusi in modo massivo e il numero di quelli che sono in circolazione starebbe per superare il totale della popolazione mondiale.

Nel 2013 oltre 29 milioni di Italiani si sono collegati ad Internet utilzzando uno smartphone o un tablet (dati audiweb), siamo già oltre il 60% della popolazione italiana maggiorenne, con trend in continuo aumento.

Ma fra cinque anni? Sembra siano in arrivo i cosiddetti dispositivi indossabili, dei quali ho parlato in un precedente post dedicato principalmente ai Google Glass e a Ivy Ross, nuovo responsabile di questo prodotto.
Pensate che ci studia queste cose prevede in questo periodo una crescita enorme di questi nuovi disponitivi indossabili smart (occhiali, orologi, bracciali e quant'altro si possa indossare).

Entro il 2020 dovrebbero vendersene  sui 450 milioni, con un giro di affari di oltre 25 miliardi di euro. E' una grande bufala, come qualcuno pensa, o siamo all'inizio di una nuova  rivoluzione, con riflessi enormi sia sulle aziende che sulla vita delle persone?

Vedremo a breve, ma per intanto conviene prepararci. Quasi ogni attività umana potrebbe giovarsi di queste tecnologie,  pensate solo ai medici, ai chirurghi, agli infermieri, ai tecnici in ogni campo dell'industria, agli insegnanti. Altro che aumento della produttività.

Già oggi chi è in grado di utilizzare in modo rapido ed efficace la rete internet e le informazioni disponibili ha un vantaggio competitivo enorme. Presto potremmo avere in tempo reale e in modo automatico le informazioni, le istruzioni, gli schemi e ogni altra cosa possa servirci per gestire al meglio le attività che stiamo compiendo. Nel nostro campo potremo applicare in modo guidato le migliore pratiche disponibili e disporre dei dati per massimizzare le nostre competenze ed esperienze nel processo decisionale. Potremo sempre in tempo reale collaborare con esperti e specialisti, e insieme svolgere compiti e attività per ottimizzare i risultati.
Inoltre questi strumenti renderanno più efficace e rapido il processo di apprendimento.

Tutto questo sarà abbinato alla crescita del cosiddetto Internet delle cose,  che significa che quasi tutto intorno a noi sarà connesso, genererà dati che saranno elaborati, e genereranno informazioni che  non abbiamo mai avuto prima.


La quantità di intelligenza di una comunità, per utilizzare un termine di moda, dipenderà molto da come sapremo utilizzare ed integrare le nuove tecnologie.

Siate quindi felici, sembra che ci attenda un futuro eccitante, soprattutto se riusciremo a far prevalere la cooperazione sul conflitto e le regole sull'arbitrio, evitando quindi di continuare a farci del male come italiani, come in parte abbiamo fatto negli ultimi anni.

 Vi lascio con il filmato qui a fianco. Vi consiglio di guardarlo, dura solo 3 minuti.

 E' in lingua inglese, ma si capisce molto bene il senso ed è utile per capire come può cambiare il lavoro con l'utilizzo di questi strumenti e quali vantaggi può avere per la collettività.

 E' la cronaca di un intervento di pronto soccorso in un ospedale che già utilizza vari tipi di dispositivi mobili, anche indossabili (nel filmato sono i Google Glass).

 Pensate poi a quali vantaggi potremmo avere noi cittadini se la Pubblica Amministrazione e le strutture sanitarie si modernizzassero in questo modo.  E dopo aver pensato agite, ad esempio mandate una mail o un tweet scrivendo @mariannamadia #cambiaverso alla Pubblica Amministrazione ed alla sanità italiana e @matteorenzi #faipresto, perchè non vogliamo continuare a restare indietro e ritrovarci a vivere in un paese arretrato.

Buona visione.

05 giugno 2014

Italia digitale, si cambia verso?


Marianna Madia, ministro per la Pubblica Amministrazione e semplificazione
Il Ministro per la Pubblica Amministrazione e
semplificazione Marianna Madia.
Agenzia per l'Italia Digitale. Il ministro Marianna Madia è arrivata da poco, ma non ha tardato molto a far capire che vuole cambiare verso davvero, e anche in fretta.

Deve averlo capito bene Agostino Ragosa, Direttore Generale dell'Agenzia per l'Italia Digitale (AGID), che l'ha incontrata nei giorni scorsi credo per la prima volta da quando ha avuto l'incarico di vigilare su questa struttura e quindi sul sui direttore. Un colloquio amichevole, ha fatto scrivere Ragosa in un comunicato, e sembra anche breve e chiaro. Il Ministro "gli ha rappresentato le esigenze connesse alla politica governativa di rinnovamento e discontinuità nell'amministrazione pubblica". 

Una frase simile a quella che deve aver usato Matteo Renzi per dire a Enrico Letta che se ne doveva andare. Allora Enrico non aveva condiviso e forse nemmeno ben capito, mentre Agostino si. "Condividendo le finalità di questa politica, l'ing. Agostino Ragosa, ha rassegnato il 3 giugno 2014 le proprie dimissioni da Direttore generale dell'Agenzia per l'Italia digitale".

Probabilmente era anche difficile non condividere gli intenti del Ministro, dopo le notizie diffuse sulla sua decadenza a seguito di inadempienze amministrative. Quanto alle cose fatte da Ragosa nei suoi 19 mesi di direzione dell'Agenzia, a dir la verità io non ho notizie di realizzazioni che lasciano il segno, mentre invece hanno fatto notizia ritardi e difficoltà. Sicuramente non solo e non tutto per colpa sua, ma a noi piace credere che se uno ha un posto di responsabilità e non riesce a lavorare, o lo dice e se ne va o se ne assume la responsabilità.
Agostino Ragosa
Il direttore dimissionario dell'Agenzia per
l'Italia Digitale Agostino Ragosa.
Mi risulta che Ragosa ha scritto e fatto approvare il nuovo Statuto dell'Agid del quale ho letto il testo e,  come ho riportato in un post di qualche settimana fa,  francamente non ho capito i motivi di un simile testo in una struttura operativa, come dovrebbe essere l'Agenzia per l'Italia Digitale. Anzi, per dirla tutta, mi era sembrato uno Statuto più orientato a perpetuare strutture e adempimenti burocratici senza fine che non a fornire strumenti operativi per decidere ed attuare azioni concrete ed utili nei tempi più rapidi.

Alla base di questo Statuto l'obiettivo per regolamentare la realizzazione e gestione di un "Modello strategico di evoluzione del sistema informativo della Pubblica Amministrazione". Regolamentazione che non  mi pare particolarmente efficace, soprattutto dal punto di vista della garanzie di definizione e rispetto di tempi e costi. A prova di questo noto che a quasi quattro mesi dall'entrata in vigore dello Statuto, non vi è notizia alcuna di un tale modello, ne un piano operativo per realizzarlo..

Eppure lo Statuto indica tappe precise. L'AGID avrebbe dovuto preparare una bozza di Modello Strategico. Il Governo (con un DPCM) avrebbe dovuto costituire un Comitato di Indirizzo, formato da membri designati dalla Presidenza del Consiglio, da ciascun ministero competente (Sviluppo economico, Istruzione, Università e ricerca scientifica, Pubblica Amministrazione, Economia), dal tavolo della conferenza unificata, dal tavolo permanente dell'Innovazione, e dal tavolo dell'Agenda Digitale.  Il Comitato di Indirizzo, una volta operativo con tutti i membri nominati, avrebbe dovuto deliberare il modello strategico. Poi si sarebbe dovuta verificare la coerenza del modello strategico con le Deliberazioni specialistiche della commmissione del Sistema Pubblico di Connettività e della Cabina di Regia per l'Agenda Digitale Italiana. Poi ancora avrebbe dovuto ottenere il parere del Garante della Privacy, per essere sicuri che i dati personali siano ben trattati. 
Il tutto senza scadenze. Quindi forse un giorno, chissà quando questo nuovo modello strategico arriverà, ma non è detto dato che la maggior parte degli adempimenti, decreti attuativi e quant'altro serve ad attuare le cose non vengono fatti, anche quando hanno una scadenza, figurati quando non ce l’hanno.

E' vero che la legge istitutiva assegnava numerosi e vari compiti all'agenzia (art. 20 DL 83 del 20 giugno 2012), ma il primo e più rilevante era quello di realizzare gli obiettivi dell'Agenda Digitale Italiana, in coerenza con gli indirizzi elaborati dalla relativa Cabina di regia e con l'Agenda Digitale europea.

Invece Ragosa ha stabilito che serve un modello strategico. E una volta realizzato il modello, magari fra qualche anno, avremmo forse potuto iniziare a pensare a come applicarlo, sempre che i rapidi e continui cambiamenti tecnologici e  sociali non lo abbiano già reso superato.

Questa è l'Agenzia per l'Italia Digitale nel disegno di Agostino Ragosa? Una struttura che costa quasi trecento milioni di euro all'anno e oggi appare come più attiva nel perseguire logiche particolari e a complicare gli affari semplici che non a trovare soluzioni rapide ed efficaci.

Elisa Grandi
Elisa Grandi, Commissario
dell'Agenzia per l'Italia Digitale.
Campa cavallo che l'erba cresce, deve essere stato il primo pensiero del ministro Madia dopo aver letto questo Statuto, mentre dava immediate disposizioni per individuare e licenziare l'autore. Voi al suo posto cosa avreste fatto?

Dopo Caio via anche Ragosa, e si ricomincia.

Ora l'Agenzia avrà un commissario, Elisa Grande, capo del dipartimento per il coordinamento organizzativo della Presidenza del Consiglio, che la gestirà almeno fino a quando non sarà individuato un nuovo Direttore, ci viene detto.

Speriamo sia la volta volta buona, e che il cambio di passo promesso da Renzi si realizzi anche sulla digitalizzazione.  Speriamo anche si faccia in fretta e si possa arrivare rapidamente a gestire efficacemente tutte le risorse tecniche e professionali disponibili per attuare le riforme che servono a digitalizzare e semplificare la Pubblica Amministrazione italiana.


31 maggio 2014

L'Europa o si fa o muore

Matteo Renzi, Presidente del Consiglio
e segretario del Partito Democratico
Gli Europei hanno votato. Sembra che buona parte degli elettori si stiano stancando dei vecchi partiti, che sono stati incapaci di creare delle istituzioni europee democratiche, autorevoli ed efficaci nel rispondere alla crisi e garantire un sufficiente sviluppo economico e sociale per i propri cittadini.

Sono sempre di più quelli che iniziano a credere che se l'Europa non cambia è meglio chiuderla, se lo stare insieme, nella stessa moneta e dietro le stesse frontiere crea vantaggi solo a pochi e danno a tanti.

O si cambia questa percezione dilagante o alla fine vinceranno coloro che vogliono uscire dall'Euro e chiudere le frontiere nazionali, pensando in questo modo di ritornare padroni del proprio destino, almeno di quello macroeconomico e monetario. Eccetto forse che in Germania, dove non poteva che vincere la signora Merkel, i cittadini europei hanno, con il voto, dato in modo chiaro questo messaggio.

Ma cambiare come? Abbiamo fatto una moneta e un  mercato comune, ma non abbiamo realizzato istituzioni politiche capaci di gestirli. Siamo rimasti in mezzo al guado, in balia della finanza, dei burocrati e delle debolezze dei governi nazionali. In questa situazione o riusciamo ad andare avanti oppure finiremo per annegare o comunque dovremo tornare indietro.

Se non riusciremo in tempi ragionevoli a costruire una qualche forma efficace di unità politica, del tipo Stati Uniti d'Europa, creando istituzioni capaci di governare l'economia e la moneta europea nell'interesse di tutti, oppure l'Europa si avvia verso la fine.

In tutto il continente le forze nazionaliste e contrarie all'Euro e all'unione Europea hanno ottenuto risultati senza precedenti. In Francia il Fronte National di estrema destra di Marie Le Pen è diventato il primo partito con oltre il 25% dei voti e in Gran Bretagna il primo partito con oltre il 30% dei voti è diventato l'UKIP o "Partito per l'Indipendenza del Regno Unito", un'organizzazione nazionalista e secondo molti xenofoba, guidata da Nigel Farage.  Anche in altri paesi le formazioni anti europee hanno preso in generale molti voti (20% in Autstria, 27% in Danimarca, 13% in Finlandia, 10% in Svezia, ecc.).

In Italia i partiti contrari all'europa sono rappresentati, oltre che dalla Lega Nord di Matteo Salvini che ha ottenuto il 6,2%, dal Movimento 5 stelle di Beppe Grillo, che pur avendo ridotto i propri voti rispetto allo scorso anno, conta ancora nel 21% dei consensi.  Anche da noi oltre il 30% delle forze politiche si presentano come antieuropee.
Beppe Grillo, leader del Movimento 5 Stelle e Nigel Farage,
leader del Partito Indipendentista Britannico.
Tutti questi partiti entrano nel parlamento europeo con il chiaro proposito di scardinare l'unione dall'interno, per uscire dall'Euro e tornare ad una moneta nazionale. Per attuare azioni efficaci devono coordinarsi, e non a caso in questi giorni Matteo Salvini ha incontrato Marie Le Pen e Beppe Grillo ha incontrato - quasi di nascosto - il leader del partito indipendentista britannico Nigel Farage.  "Ha un gran senso dell'humour e dell'ironia e non è razzista", ha detto Grillo dopo l'incontro, "anche lui come il movimento 5 stelle è vittima di una stampa asservita e bugiarda. 

Farage non è come viene descritto, così come io non sono il fascista e il nazista descritto dai giornali italiani".

Sarà così, anche se dopo la sua ascesa a capo dell'Ukip, il fondatore di questo partito Alan Sked ne è uscito spiegando che "sotto la guida di Farage è diventato un partito razzista, un mostro alla Frankenstein", seminando odio non solo verso gli extracomunitari, ma soprattutto verso gli immigrati europei.

Del resto il programma politico di Farage sembrerebbe non lasciare troppi dubbi: bloccare l’immigrazione per 5 anni, uscire dall'unione europea, no ai matrimoni gay, si agli aumenti delle spese militari "per portare la Royal Navy agli antichi splendori", si all'abrogazione della Convenzione Europea per i diritti umani ("per porre fine alla spavalderia dei criminali pregiudicati e degli immigranti illegali"), e così via.

Chissà come fanno questi giornalisti a dipingerci una realtà diversa, impedendo alla verità di essere riconosciuta e ai suoi detentori del Movimento 5 Stelle di essere votati al 96%, come secondo Grillo dovrebbe succedere se non ci fosse questa informazione pilotata a difesa dei poteri forti.

Ma in Italia ha vinto Matteo Renzi. Lo confesso, l'ho votato ed è la prima volta che mi capita di vedere il partito che ho votato prendere così tanti voti. Io credo che anche il voto massiccio dato al Partito Democratico di Matteo Renzi va considerato come un voto per il cambiamento, che premia un giovane leaeder che ha costruito la sua immagine e il suo successo sulla capacità di rinnovare, di decidere e di attuare nuove politiche, vincendo le resistenze e gli interessi ideologici e materiali delle vecchie classi dirigenti italiane.

Ora però deve davvero dimostrare il suo vero valore. Il Partito Democratico è il più grande partito d'Europa, di un paese importante come l'Italia che sta per assumere la Presidenza del Consiglio dell'Unione.

Può essere davvero l'ultima occasione per cambiare, L'Italia e il Partito Democratico hanno quindi una grandissima responsabilità e opportunità. Bisogna remare in tanti e nel verso giusto per uscire rapidamente e positivamente dalla situazione disastrosa in cui ci troviamo, in termini di disoccupazione, recessione, corruzione, burocratizzazione, digitalizzazione e quant'altro. Dobbiamo fare delle riforme radicali in Italia e promuovere il cambiamento in Europa. 

Da questo punto di vista, Renzi si è rivelato l'uomo giusto, al momento giusto e nel partito giusto, un leader con una capacità drastica di cogliere i problemi e le opportunità. Oggi questo è chiaro anche a chi lo ha osteggiato apertamente, come Stefano Fassina che in un'intervista a Repubblica ha dichiarato che anche lui ora crede che Matteo e il nuovo gruppo dirigente cresciuto intorno a lui hanno tutte le qualità per riuscire.. 

Però da oggi non ci sono più alibi. Il Partito Democratico ha un consenso e una forza senza precedenti. Non c'è più spazio per giochi di potere o per la difesa di interessi particolari. Servono e subito azioni e risultati concreti e misurabili per tutti gli italiani e per l'Europa. Con il voto l'Italia ha davvero cambiato passo e tutto sembra scorrere più veloce. Chi ha vinto deve correre, altrimenti potrebbe essere presto spazzato via con la stessa velocità.

17 maggio 2014

Il mondo attraverso gli occhiali di Ivy Ross

Ivy Ross
Ivy Ross è il  nuovo capo della divisione Glass di Google
Avevamo appena iniziato ad abituarci.  Del resto quelli che studiano queste cose ci avevano avvisato. "Il totale del mercato delle tecnologie indossabili passerà dai 6 milioni di unità del 2013 ai 112 milioni del 2018, con una crescita media del 78% ogni anno", ci ha detto +Gabriele Roberti, analista senior di +IDC Italy.

Pensate per un attimo ai cambiamenti  che hanno già prodotto in pochissimi anni le tecnologie mobili e i social network. La nostra realtà virtuale si è avvicinata alla realtà fisica. Abbiamo iniziato a vivere in parallelo in entrambi questi mondi, passando quasi naturalmente da uno all'altro, quasi come se il mondo virtuale fosse nient'altro che un'estensione del mondo reale.

Del resto quante relazioni importanti e profonde abbiamo avviato con persone che magari non abbiamo mai incontrato nel mondo reale? Quante collaborazioni e relazioni di lavoro abbiamo gestito? Con i social network di molti amici virtuali possiamo conoscere dettagli e particolari altrimenti difficilmente svelabili.  Grazie agli smartphone e ai tablet possiamo condividere con chi ci piace e in tempo reale esperienze, luoghi, informazioni, giudizi, idee, progetti.  Possiamo accedere ad ogni informazione e conoscenza umana nel momento esatto in cui ci serve. E possiamo collaborare e lavorare insieme, tra persone che condividono interessi e obiettivi,  anche se si è distanti.

E' il mondo che si trasforma rapidamente e continuamente e noi dobbiamo imparare ed essere capaci di trasformarci a nostra volta. Dobbiamo adeguare i nostri schemi mentali, i modi di relazionarci e lavorare, altrimenti rischiamo di essere inadeguati, di sentirci emarginati o semplicemente di perdere i vantaggi competitivi e culturali che potremmo ottenere..

E ora sono in arrivo queste nuove tecnologie indossabili. Prendiamo ad esempio i  +Google Glass,  occhiali che rispondono a comandi vocali, e sono dei veri e propri computer, come gli smartphone, dei quali proprio in questi giorni è stata avviata la vendita al pubblico negli Stati Uniti e presto arriveranno anche sul mercato italiano.

La velocità di questi cambiamenti è impressionante. Sono passati meno di sette anni da quando Steve Jobs, nel 2007, ha lanciato l'Iphone, il primo smartphone su un mercato dominato da un'azienda, la Nokia, che ha tardato appena appena a capire il valore dell'innovazione, ed è stata spazzata via dal mercato senza alcun preavviso. Ed era solo il 2010 quando è stato lanciato il primo tablet, l'Ipad. Meno di quattro anni e chi non ha un tablet alzi la mano. Pensate che solo nell'ultimo trimestre del 2013 in Italia se ne sono stati venduti quasi un milione.

Ora tocca a +Ivy Ross, appena nominata da Google responsabile del progetto e capo della divisione Glass,. Ivy è una donna di notevole esperienza nel campo del design e del marketing, a cui è stato chiesto di lavorare per far diventare gli smartglass di Google un prodotto di massa. Google è convinta che grazie al crescente sviluppo di applicazioni per smartglass il valore aggiunto creato da questi nuovi strumenti sarà enorme, con nuove possibilità per unire ed integrare almeno parte del mondo reale con il mondo virtuale.

Ma ne abbiamo davvero bisogno? Lo scopriremo solo vivendo, diceva una famosa canzone. Intanto qualcuno che lo ha già scoperto c'è, visto che ancora prima del loro lancio commerciale i Google Glass vengono già utilizzati con successo anche in Italia, in un ospedale, come ausilio per l'attività medica e chirurgica e per la formazione specialistica.

Ad usarli per prima la dott.ssa Patrizia Presbitero, dell'+HUMANITAS Research Hospital di Rozzano, in provincia di Milano. Grazie agli Smartglass l'intervento chirurgico viene in pratica virtualizzato in tempo reale, e può essere gestito in collaborazione e anche a distanza da diversi specialisti, che da un lato condividono in  il quadro operatorio, vedono ciò che vede e che fa il chirurgo, accedono ai dati clinici e alle immagini diagnostiche, ai parametri vitali del paziente, ad ogni informazione utile alle decisioni cliniche.

Già nella fase sperimentale, oltre alla medicina, i Google Glass si sono rilevati particolarmente utili come ausilio per disabili, per migliorare l'esperienza turistica, nella didattica, nel commercio, nello sport, nei giochi, e in vari altri campi.

Forse si, potremmo davvero averne bisogno, anche se ancora non lo sappiamo, come non sapevamo di aver bisogno di uno smartphone o di un tablet.

Ne avremo senz'altro bisogno se questi strumenti ci faranno davvero aumentare la realtà per migliorare le nostre prestazioni individuali e la nostra capacità di conoscere ed esplorare, per rendere più efficace la collaborazione con gli altri e raggiungere i migliori risultati, non solo per la salute, ma in vari campi della nostra vita lavorativa e sociale.



11 maggio 2014

L'Agenda digitale e il sogno di Marianna

Avete letto la lettera  inviata  ai dipendenti pubblici dal Presidente del Consiglio @matteorenzi e dal Ministro per la Pubblica Amministrazione e la semplificazione @mariannamadia?

Tre linee guida e 44 punti per annunciare una rivoluzione della Pubblica Amministrazione basata sull'innovazione tecnologica, provata tante volte (ricordate Lucio Stanca, Renato Brunetta), con grande utilizzo di risorse ma scarsi risultati.

Sarà la volta buona?

Partiamo da una metodologia chiara e ben comunicata, e ciò è bene. Adesso siamo in fase di consultazione, potremo dire la nostra anche noi insieme ai sindacati, inviando una mail entro il 30 maggio all'indirizzo rivoluzione@governo.it.

Poi avremo il decreto il 13 giugno prossimo. Poi dovremmo sempre avere tempi definiti per obiettivi chiari e misurabili.
Pensate che bello se questo sistema funzionasse davvero in tutte le sue fasi. Proposta, condivisione, legge, piano operativo, obiettivi visibili e misurabili e tempistiche certe. Ben vengano queste slides.

Per gli . ottanta euro a maggio in effetti può sembrare semplice, basta trovare i soldi e "voila", obiettivo centrato.  Per altre cose può essere più difficile, e per un paese come il nostro può addirittura sembrare una magia.

Non ci crederete - e scusate se divagherò un po' - ma è ancora in vigore il famoso articolo "7 viciester" del Decreto Legge 31 gennaio 2005 n. 7.  Era famoso all'epoca, perché il legislatore imponeva alla Pubblica Amministrazione di rilasciare solo documentazione elettronica a partire dal primo gennaio 2006. Ad esempio entro questa data "la  carta  d'identità su supporto cartaceo è sostituita, all'atto della richiesta  del  primo rilascio  o  del  rinnovo  del  documento,  dalla  carta  d'identità elettronica (...).  A tal fine i comuni che non vi abbiano  ancora ottemperato provvedono entro il 31 ottobre 2005 alla  predisposizione dei necessari collegamenti all'Indice nazionale delle anagrafi  (INA) presso il Centro nazionale per i servizi demografici (CNSD)  ed  alla redazione del piano di sicurezza per la gestione delle postazioni  di emissione  secondo  le  regole   tecniche   fornite   dal   Ministero dell'interno". 

Sembra scritto da uno alla Renzi. Obiettivi e tempi chiari e decisioni rapide, utilizzando persino un Decreto Legge, entrato subito in vigore, pensate, avevamo fretta. Il decreto è stato poi convertito abbastanza rapidamente, legge 45 del 31 marzo 2005, e siamo anche partiti, ma non siamo ancora arrivati. L'altro giorno ho rinnovato la carta di identità, sempre la stessa carta. Nulla di nuovo, dopo più di otto anni dalla scadenza e una marea di soldi spesi, nel tentativo di acquistare varie decine di migliaia di postazioni di emissione della carta, di realizzare per ciascuna  piani di sicurezza alfa, beta e forse anche gamma, ciascuno da 2000 pagine, uno per comune.

Sarebbe forse bastato individuare un responsabile di un tale ambizioso progetto, uno con la testa sul collo, pagarlo magari anche tanti soldi ma che almeno avesse saputo fare quattro conti in croce, capire che i cambiamenti necessari per quell'obiettivo erano più vasti, vedere quello che hanno fatto altri soggetti, come ad esempio le banche con i bancomat e le carte di credito, non certo una postazione di rilascio in ogni filiale, giusto? Avrebbe potuto ricordarsi di quell'articolo, farlo cambiare, rivedendo i tempi indicati dalla legge ancora in vigore, e Santo Dio arrivare a un qualche risultato.   Invece no, testa bassa sotto la sabbia e far finta di niente. Una storia incredibile ma vera, che prova che se si deve imboccare una strada sbagliata è meglio non partire nemmeno.

Lo so che è difficile essere ottimisti sull'agenda digitale dopo le esperienze di questi anni, ma dobbiamo farlo. 

Marianna facci sognare, si può fare.

Qual'è il  mio sogno? Ne faccio tanti, ma nell'ultimo mi è apparsa proprio Marianna che mi ha detto: "caro Francesco, hai letto la mia lettera? Vedrai che entro al massimo un anno anche tu avrai il tuo PIN del cittadino. E quando lo avrai, potrai fare tutto con il tuo tablet, mentre aspetti il turno dal barbiere. Proprio tutto, qualsiasi servizio della Pubblica Amministrazione. Potrai leggere i giudizi scolastici dei tuoi figli, potrai confrontarti con il geometra dell'ufficio tecnico che ti darà tutte le informazioni che hai sempre desiderato. Potrai consultare il nuovo piano regolatore e inviare le tue osservazioni, pagare la multa per il divieto di sosta, chiedere un permesso di occupazione di suolo pubblico, e ottenerlo prima di di finire il taglio di capelli. Potrai cambiare il medico di medicina generale, e anche accedere al tuo fascicolo sanitario personale, da far vedere al nuovo medico, evitando così laboriose indagini e tanti test clinici ripetuti, necessari perché tutti i tuoi dati sanitari raccolti finora chissà dove sono e se ci sono ancora. Ma con i dati sanitari aperti e sicuri nel cloud, nulla sarà più perduto. E nella malaugurata evenienza di un incidente con perdita di coscienza, al pronto soccorso, con un click sullo smartphone, i medici potranno vedere tutta la tua storia clinica, e sapere che sei allergico a quel farmaco che stavano per darti e quindi la tua vita si allungherà.  E' proprio il sogno di una rivoluzione.

Sembra che il Ministro Madia avrà pieni poteri per fare le cose che ha scritto e per precisare e attuare l'Agenda Digitale. Sembra che avrà anche poteri di vigilanza sull'Agenzia per l'Italia Digitale, acronimo AGID,  una struttura che fa impressione, e non a torto. 

Fu istituita dal governo Monti nel 2012 trasformando l'allora DigitPA, a sua volta creata dal quarto Governo Berlusconi nel 2009, anche questa figlia della trasformazione del Centro Nazionale per l'Informatica nella Pubblica Amministrazione o CNIPA, istituito nel 2003 dal secondo governo Berlusconi e dal Ministro Lucio Stanca, che aveva infine trasformato l'Autorità per l'Informatica nella pubblica Amministrazione o AIPA, nata ben dieci anni prima, nel 1993, sotto il governo Amato.

Purtroppo non sempre i cambiamenti determinano risultati, soprattutto quando non si richiede a nessuno di fissare obiettivi misurabili e quantificabili in termini di valore creato, e non si legano ai risultati gli stipendi da nababbi e i finanziamenti a pioggia.  

Nelle settimane scorse è stato pubblicato, dopo quasi due anni dalla sua costituzione, lo Statuto dell'Agid. Non ho resistito e l'ho letto, pur conoscendo i potenziali rischi di tali letture. E' come immergersi in un incubo, 

Scopro che bisognerà definire un "Modello strategico di evoluzione del sistema informativo della Pubblica Amministrazione". Probabilmente dopo le agende, i piani, le linee guida, le regole tecniche, i "position paper" e quant’altro ci mancavano dei modelli strategici. Sarà così, ma quanto ci vorrà? Be, dovrà essere prima istruito dall'AGID e poi passato ad un comitato di Indirizzo che dovrà deliberarlo, un comitato che ancora non esiste, e quindi andrà costituito. 

Fatemi capire. Sarà costituito con un decreto, dopo che tutte le istituzioni che devono essere rappresentate avranno designato i loro membri. Quali membri? Vediamo. Un membro nominato dal Presidente del Consiglio, poi un membro per ciascun ministero competente, quindi Sviluppo economico, Istruzione, Università e ricerca scientifica, Pubblica Amministrazione, Economia). Poi due membri nominati dal tavolo della conferenza unificata, poi da quello permanente dell'Innovazione, e ancora da quello dell'Agenda Digitale. Ecco, tutti questi, ai quali in accordo con i più moderni orientamenti sulla spending review non spetta alcun emolumento, indennità o rimborso spese - una nuova forma di incentivo al raggiungimento degli obiettivi - dovranno deliberare il modello strategico. 

Ok, penso di aver capito. Fatto tutto questo discuteranno e delibereranno... ma non subito...devono prima verificarne la coerenza con le Deliberazioni specialistiche della commmissione del sistema pubblico di connettività e della Cabina di Regia per l'Agenda Digitale Italiana. E non dimentichiamo il parere del garante della Privacy, quello è obbligatorio, si aspetta un po' di più ma almeno avremo un modello sicuro per quanto riguarda la sicurezza delle banche dati, no?

Quindi forse un giorno, chissà quando questo nuovo modello strategico arriverà. Del resto la maggior parte degli adempimenti, decreti attuativi e quant'altro serve ad attuare le cose non vengono fatti, anche quando hanno una scadenza, figurati quando non ce l’hanno.

E poi cosa deve fare questo piano strategico. Sarà scritto da qualche parte, vediamo. Ah, ecco. Identifica banche dati e infrastrutture materiali ed immateriali di interesse nazionale e i progetti in corso, con riferimento alle amministrazioni competenti, per garantirne l'attuazione e il loro stato di avanzamento.  Cos'è, un censimento? Chissà se c'entra con quello fatto l'anno scorso sui Centri Elaborazione Dati della PA, che doveva portare ad un piano triennale di razionalizzazione entro fine 2013, ma di cui nessuno parla più. No, non credo che c'entri. Leggiamo ancora...

Gli aggiornamenti del piano sono resi pubblici e sono finalizzati ad un miglioramento di interazione tra domanda delle amministrazioni e offerta del mercato ICT.  Per favorire il monitoraggio del modello strategico AGID assicura il coordinamento degli uffici dirigenziali delle amministrazioni entrali con le strutture di coordinamento in materia ICT rappresentative delle Amministrazioni regionali e locali.

Ma che vuol dire? Marianna, siamo davvero in un incubo, non so come potremo fare a trasformalo in un sogno, ma dobbiamo farcela.  

Del resto quale altro risultato possiamo aspettarsi quando si seminano carrozzoni costosi e inutili,  guidati spesso dall'obiettivo di complicare anche gli affari più semplici per poter creare e fortificare centri di potere?  E quando si frammentano i centri di spesa e quindi di acquisto e gestione di infrastrutture e servizi - 31.950 ci ha detto Renzipiù o meno autonomi.  E' come se una grande organizzazione - prendiamo ad esempio una grande banca  - lasciasse autonomia e  irresponsabilità alle migliaia di filiali, divisioni e organizzazioni verticali di farsi il proprio sistema informatico. Altro che home banking, bancomat e carte di credito, saremmo ancora tutti in fila agli sportelli e dovremmo andare in giro con i contanti. 

La Pubblica Amministrazione italiana ha decine di migliaia di data center, con dentro server, sistemi operativi,  database, software, siti internet, portali, reti civiche, piani di sicurezza, per non parlare delle famose stazioni di emissione della Carta di Identità Elettronica, con progetto che ne prevedeva almeno una per comune. Risultato: un sistema informativo della PA frammentato, insicuro, difficilmente integrabile e interoperabile , poco capace di fornire servizi tecnologici moderni e costoso da gestire e da far evolvere, con un conto di almeno 5-6 miliardi l'anno , circa 100 euro per ogni italiano, neonati compresi. 

Dobbiamo farcela Marianna, e abbiamo tutto per farcela, se solo si riuscirà a rimuovere in qualche modo i tanti ostacoli e resistenze che troveremo sul cammino e ad usare al meglio le nuove tecnologie che stanno rivoluzionando il mondo intero. 

Per fortuna dal punto di vista delle tecnologie stiamo ormai entrando in piena era di quello che è stato chiamato "cloud computing", l'era delle centrali e reti informatiche capaci di erogare a tutti e a basso costo qualunque risorsa come servizio. Finalmente anche la giovane industria dell'informazione, come tante altre nella storia, sta evolvendo verso i servizi condivisi a livello di massa, erogati attraverso centrali e reti tecnologiche. Quando questo avviene cambia la struttura sociale e produttiva della società, come è successo più di un secolo fa con l'avvento delle reti elettriche.  Niente più generatori dentro le fabbriche allora e niente più datacenter dentro le aziende e la pubblica amministrazione oggi. Basta un contratto, metti la spina o l'antenna, usi un tablet (il dispositivo più grande) o un telefonino (quello più piccolo), colleghi tutto ciò che è utile collegare e e paghi solo ciò che consumi.  E' in più potrai avere servizi con funzionalità e sicurezza non ottenibili con l'infrastruttura fatta in casa. Tutto questo c'è già oggi.

Il governo italiano e l'Europa devono certamente perfezionare ulteriormente i meccanismi di accreditamento e controllo su queste centrali informatiche e sui cloud provider, ma la PA deve iniziare al più presto a migrare nel cloud, dove troverà le risorse per strutturare l'amministrazione elettronica e le relazioni sociali in rete con i propri utenti. Il cloud computing, le tecnologie mobili e delle reti sociali, e la possibilità di raccogliere e gestire enormi quantità di dati porteranno ad una vera e propria fusione tra mondo fisico e virtuale.

Si prevede che entro il 2020 vi saranno nel mondo oltre 30 miliardi di "sensori", oggetti capaci di raccogliere dati (big data) elaborabili ed utilizzabili per gestire in modo intelligente la società e l'economia.

Questo deve essere il contesto di riferimento della Pubblica Amministrazione Italiana. 

E questa è la sfida che attende la giovanissima Marianna Madia, 33 anni, laureata alla Sapienza, dottorato in economia, ricca in cultura ma anche già provvista di una significativa esperienza politica, essendo entrata in parlamento a 26 anni.  

Nella sfida dell'innovazione italiana sarà lei al comando, se Renzi, come sembra, le darà pieni poteri e speriamo proprio che sia così, perché quello che oggi manca è proprio la capacità di decidere in modo univoco e coerente.  Le servirà anche tanta determinazione e coraggio per orientare nel verso giusto un panorama complesso, spesso difficile persino da analizzare e fotografare.  

E noi tifiamo per lei oltre che per noi stessi, per una comunità come quella italiana che ha davvero potenzialità incredibili, dove se tutti facessimo bene la nostra parte potremmo davvero e in breve tempo costruire un paese prospero, giusto e tecnologicamente avanzato,